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IN AFRICA UN OSPEDALE GALLEGGIANTE CON SALA OPERATORIA

     
Scritto da Antonello Congiatu   
mercoledì 17 ottobre 2007
Il professor Luigi Gentilini e la moglie Giovanna
Il professor Luigi Gentilini e la moglie Giovanna
A distanza di poche settimane, il nostro giornale torna a parlare dell’ospedale galleggiante, il Mobile Floating Hospital, l’interessante iniziativa che l’associazione del prof. Luigi Gentilini, “MED-MED (Medicina e Mediterraneo)”, sta portando avanti con tenacia e con l’aiuto della Marina militare italiana e del Ministero degli esteri, lungo le rive del lago Tanganika in Africa. Il prof. Luigi Gentilini, chirurgo oncologo e docente all’università “la Sapienza” di Roma, è da sempre attivamente impegnato nel volontariato; nel 1992 ha raccontato alcune delle sue più significative esperienze nel campo della chirurgia nel bel libro “con il bisturi tra i denti”: già nel titolo c’è tutto lo slancio volitivo, dinamico e ottimista, della sua personalità. Luigi Gentilini da trent’anni non perde il suo appuntamento estivo con Pantelleria. In un assolato pomeriggio della vigilia di ferragosto, sulla terrazza di casa sua, fa il conto di quanti anni della sua vita ha passato Pantelleria: più di tre. Lo troviamo di fronte a quel mare che adora e dal quale ha tratto l’ispirazione per il Mobile Floating Hospital (MFH). Un ospedale galleggiante: un battello dotato di sala operatoria, laboratorio analisi, sala parto e di tutta l’attrezzatura diagnostica necessaria ad assicurare ad un bacino di utenza enorme una assistenza sanitaria degna di questo nome (lungo le rive dell’immenso lago Tanganika, abitano milioni di persone e gli ospedali sono pochissimi e privi di qualsiasi attrezzatura). Un’idea nata proprio a Pantelleria, guardando il mare e pensando a quella immensa distesa d’acqua che da limite per l’uomo, diviene mezzo di comunicazione, strumento di contatto tra i popoli. “Lungo le rive del lago Tanganika in Tanzania, abitano milioni di persone. Durante le mie visite alle poche strutture ospedaliere esistenti lungo le rive e nell’entroterra, ho conosciuto della gente che in vita loro non avevano mai visto un bianco, l’ultimo a passare di lì era stato l’esploratore Livingstone” racconta, mentre ci mostra delle fotografie, che documentano alcuni interventi chirurgici da lui realizzati in Africa. Quelle fotografie, che ritraggono le fatiscenti strutture sanitarie (spesso capanne o semplici stanze dove l’igiene non è mai entrata), i medici e il personale che con grandi difficoltà prestano la propria opera senza alcun aiuto dai loro governi, sono in realtà un grido di aiuto che dall’Africa più bisognosa giunge sino a noi. E quel grido è stato raccolto dal prof. Gentilini e dalla sua associazione MED-MED, che non appena sarà riuscita a completare i lavori dell’MFH, sarà presente, in una zona grande almeno il doppio dell’Italia, con l’unica struttura sanitaria in grado di poter fornire un’assistenza all’avanguardia, 24 ore su 24. L’idea è semplice: “far viaggiare l’ospedale e non i pazienti”. Ci racconta il prof. Gentilizi, che “operando spesso senza poter disporre delle attrezzature tecnologiche minime per eseguire qui da noi un banale intervento, senza un ecografo e senza avere tutte quelle accurate analisi che precedono un intervento, mi sembrava di essere tornato indietro ai miei primi anni di professione e di sentire i racconti di chi mi aveva preceduto. Eppure, quando intervieni con una semplice trombetta acustica di legno per sentire il battito di un neonato ancora nel seno della madre o esegui una delicata operazione per un tumore al ginocchio e riesci a salvare la gamba a quel giovane che i colleghi africani davano per spacciata, capisci l’importanza della vita, ti senti utile, comprendi quanto possa divenire importante quel poco che sei in grado di dare”. Ma l’ospedale galleggiante non sarà solo una struttura sanitaria capace di accorrere, da un luogo all’altro, per prestare soccorso a quella popolazione che spesso, in mancanza di medici o per ignoranza o per sfiducia nei loro confronti, si affida agli “stregoni” per guarire da mali che neppure conoscono e che a volte per poter essere sconfitti necessitano di cure immediate e per loro costosissime. L’MFH dovrà rappresentare anche un “ponte”, una opportunità di “incontro” tra popolazioni divise e spesso in lotta tra loro. Nei sogni del prof. Gentilini, l’MFH dovrà rappresentare un “luogo in cui le diverse culture, quella africana che dobbiamo rispettare e che sbaglieremmo se considerassimo in qualche modo inferiore o involuta rispetto alla nostra, e quella occidentale, si incontrano, dialogano e collaborano per l’uomo”. L’iniziativa che l’associazione MED-MED sta portando avanti, vedrà impegnati altri colleghi del prof. Gentilini, i suoi studenti romani e tutti quei medici che sono disposti a fare “una esperienza che prima che scientifica e didattica è umana. Lì non esiste solo il rapporto medico-paziente, ma tutto diviene un momento di condivisione e di scambio di esperienze, di sentimenti. Le tante difficoltà diventano una spinta a dare di più”. Chiediamo quanto dura una giornata di lavoro (ma immaginiamo la risposta): “ventiquattr’ore. Non ci si può fermare, lì la gente ha bisogno, lì la gente muore per una appendicite. Spesso arrivano in ospedale sfiniti dal viaggio e spesso, magari dopo aver perso tempo dagli stregoni, è rimasto poco da fare”. Quando sei in Africa, continua il prof. Gentilini, non sei più un oncologo, un cardiologo o un ortopedico: “sei semplicemente un medico. Non esistono più le specializzazioni, devi fare di tutto. Per noi medici occidentali, forse troppo schiavi della tecnologia, è una esperienza distruttiva e allo stesso tempo unica. Comprendi, se ancora non lo avevi capito, cosa vuol dire essere un medico”. Mentre ascoltiamo i suoi racconti e sfogliamo insieme quelle fotografie, così ricche di colori, dove i pazienti sono sorridenti e fiduciosi e i medici locali - privi di qualsiasi attrezzatura e con poche medicine - hanno un volto dignitoso e non rassegnato, ci rendiamo conto che lo sguardo del prof. Gentilini è andato oltre il mare di Pantelleria: è già tornato in Africa, è già lì con quella gente ed è al timone del suo ospedale galleggiante, con “il bisturi tra i denti”, che solca quel mare nel centro dell’Africa, per portare una medicina, per asportare un tumore, per far nascere un bambino.
Ultimo aggiornamento ( mercoledì 17 ottobre 2007 )
 

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