Medicina e Mediterraneo

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Prima la medicina e poi la malattia

di Luigi Gentilini del 22/10/2007

Esistevano studiosi di Medicina che definivano la loro ricerca “pura” perché affrontavano argomenti spinosi di fisica, biochimica, biologia umana ed animale animati dal “gusto” della sfida ed appagati in gran parte dai risultati della loro fatica se utili alla cura di malattie conclamate e complesse. Nessuno si arricchiva, alcuni vivevano discretamente, altri si dovevano accontentare del minimo per sopravvivere, spesso si scordavano di mangiare e dormire!
Non era giusto confondere l’entusiasmo con dabbenaggine. Oggi queste figure di ricercatori sono sempre più rare e la ricerca meno “pura”. Perchè al “dubbio” elementare che spiazza da sempre il mondo scientifico sul dilemma della priorità di nascita tra uovo e gallina, oggi si aggiunge quello ancor più angoscioso tra la scoperta di nuove malattie e la sintesi dei farmaci utili a curarle.
Anche i medici che operavano ai primordi dell’Umanità, una volta provata o anche no, una tecnica terapeutica, come l’uso dei ferri arroventati per risolvere alcune patologie come ascessi, fistole od emorragie, presero a raccomandarla e praticarla senza regole come avvenne anche per salassi o purganti.
Da qui le congetture elaborate sul significato dei fori rinvenuti su crani umani appartenuti a popolazioni preistoriche e ritenuti atti medici, antesignani degli interventi di neurochirurgia. 
Nell’era in cui la ricerca mira il profitto esistono “anime belle” che sembrano motivate dal solo bene assoluto dell’umanità, in realtà il propellente di tanto attivismo è sempre molto concreto.
Un classico, non più recentissimo, ma emblematico è la storia di quel preparato costosissimo e molto prescritto che avrebbe dovuto garantire il miglioramento della conduzione neurale (il passaggio degli stimoli da una cellula nervosa all’altra) che finì con essere riconosciuto come la “bufala” della farmacologia della fine del scorso secolo! Intanto aveva fatto la fortuna di industrie e ricercatori premiati dal Nobel! Un altro esempio fu il farmaco presentato in tutte le forme e dichiarato come rimedio “miracoloso” a contrastare l’osteoporosi femminile, diagnosticata o paventata alle pazienti di ogni età, anche giovanile, alle quali, in assenza di parametri biochimici, veniva spesso consigliato o prescritto come prevenzione!
Anche sul fenomeno AIDS furono organizzate dalle nostre autorità sanitarie campagne da guerre stellari per la prevenzione e la cura dell’infezione, venivano prospettati scenari apocalittici, programmati o aperti interi reparti, sembrava che tutti corressimo il rischio di ammalarci, perciò la necessità di stampare tonnellate di fascicoli e opuscoli illustrativi che finirono regolarmente al macero.
Spassosissima fu la bonifica delle povere cozze pugliesi, sempre ottime, attivata dal rinvenimento di un solo povero, sparuto e terrorizzato unico vibrione, che produsse dei bei finanziamenti mi aspetto di trovarlo prima o poi tra i rifiuti in Campania.
E poi le crociate per “l’aviaria” che si mostrarono utili solo ai produttori dei vaccini e di chi ne ordinò le campagne di prevenzione o che anticiparono grosse somme di denari per assicurarsi le scorte dei vaccini!
Di recente ci hanno riprovato con il pericolo della terribile epidemia di cikoncugna trasmessa dalla zanzara tigre che finalmente lascia il ruolo di semplice e fastidiosa intrusa a quello di killer.
Un discorso a parte merita la campagna di vaccinazione delle bambine alla prevenzione delle complicanze oncologiche causate dal papillomavirus, è doveroso prendere tempo per una valutazione di efficacia ed innoquità. Infine un discorso più ampio merita la speranza delle cure miracolistiche mediante cellule staminali embrionali in genere o ricavate dal cordone ombelicale di neonato umano. Come non tutti i prodotti terapeutici definiti naturali sono innocui così anche non tutte le cellule staminali sono indenni da effetti indesiderati. Tutto dipende dalla conoscenza del patrimonio genetico del donatore. Se ricorressimo a questa tecnica per produrre cellule destinate a curare il diabete e poi si scoprisse che il donatore contiene un gene che non produce insulina, che ce ne facciamo di queste cellule? In questo turbinio di notizie affascinanti e dissacranti il messaggio positivo da ricavare è che la ricerca seria va incentivata, organizzata e programmata affinché le tante e buone idee prodotte da ricercatori della nostra bella Italia hanno bisogno solo di essere valorizzate ed esportate.

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